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Quando due vetri rotti valgono più di un genocidio

Nella giornata del 15 gennaio, a Trieste, è scattata una nuova operazione repressiva nei confronti di diverse persone, individuate come responsabili di alcuni fatti di piazza avvenuti durante le mobilitazioni in solidarietà alla popolazione palestinese. È in realtà, come dimostrano le inchieste in diverse altre città italiane, un attacco contro tutto il movimento che ha saputo rompere la normalità del genocidio tuttora in corso in Palestina, praticando lo slogan “blocchiamo tutto”. Un appello che aveva coinvolto centinaia di migliaia di persone in tutto il paese che, oltre l’indignazione, si erano messe in strada e sulle rotte dell’economia genocidaria e capitalistica: porti, tangenziali, autostrade e stazioni erano diventati il punto di impatto di una mobilitazione oceanica. Questa, bloccando gli snodi logistici e produttivi dell’economia della complicità con l’entità sionista, aveva praticato forme radicali di solidarietà con il popolo palestinese e la sua gloriosa resistenza contro il colonialismo israeliano.

Si è trattato, in ogni caso, di un momento di smarginatura della forza popolare, qualcosa di inaccettabile per un governo ossessionato dal controllo della popolazione.

A Trieste, quella fase di mobilitazione aveva visto due giornate storiche di sciopero generale reale, blocchi ai varchi portuali (connessi con le città sioniste di Haifa e Ashdod), presidi autoconvocati, cortei spontanei. Momenti di lotta tangibile, molto partecipati e determinati a non lasciar correre un genocidio senza risposta. 

Uno di questi momenti era stata la giornata del 2 ottobre, quando la Global Sumud Flotilla – una missione umanitaria – era stata attaccata dai militari israeliani. Quella sera un presidio si era immediatamente trasformato in un corteo che, man mano, si era ingrossato fino a contare qualche migliaio di persone. Qui, un primo punto di riflessione, che ricade poi anche nell’operazione repressiva triestina: il corteo, infatti, si era mosso verso una delle zone più razzializzate della città – la “zona rossa” di Barriera Vecchia – e lì aveva trovato nuova linfa, aveva rotto le gerarchie razziali, aveva trovato una comunanza di intenti tra proletari/e, cittadini/e, immigrati/e che si era poi riversata in strada. L’urgenza del momento, la gravità di quanto succedeva, aveva di fatto indicato un obiettivo minimo di blocco, la stazione dei treni che, in tante città, era diventata uno degli snodi da bloccare, di fronte non tanto all’inazione del governo italiano quanto alla radicale complicità del sistema occidentale e atlantista con il genocidio del popolo palestinese.

Il corteo, arrivato quindi in stazione dei treni, aveva trovato l’edificio blindato in ogni direzione, ma caparbiamente aveva trovato un varco. Qualche vetro, in quell’occasione, era saltato; le guardie del sistema della complicità avevano attaccato i manifestanti con manganellate e lacrimogeni. Là davanti eravamo in molti/e e avevamo resistito, forse nella convinzione che lo scontro con l’ordine costituito e le sue infrastrutture fosse quanto dovuto, ai martiri, ai partigiani, al popolo palestinese. “Per noi e per i/le palestinesi”, ci dicevamo in strada, e così era stato anche quella sera. Poco importa se due vetrinette vanno giù, praticare il blocco significa in alcuni casi, di fronte alla reazione poliziesca, anche sporcarsi le mani, spaccare due porte e scontrarsi con gli sbirri per rovesciare l’assedio. Poca cosa di fronte al genocidio, ma che almeno, riconnettendosi a centinaia di altre iniziative nel mondo, metteva in campo una resistenza minima.

Visto che i giornalai, al tempo come oggi, gridano allo scandalo della saldatura di piazza tra gioventù immigrata e antagonisti, la prospettiva andrebbe ribaltata: è proprio nella disponibilità allo scontro di piazza che quella sera si è fatto qualcosa di incisivo. È una ricchezza che è stata trovata in una prassi precisa, oltre lo schema tutto “occidentale” e coloniale che di fronte alla violenza sionista e coloniale pensa come un’anima bella solo alla protesta pacifica come un totem. Il ragionamento della piazza, di una sua componente perlomeno, era di tutt’altro avviso: valutare quello che si poteva mettere in campo, a prescindere dalle possibili conseguenze. Di fronte a queste indicazioni immediate, quasi istintive, qualcuno/a ha accettato il rischio.

I conti si fanno dunque complessivamente e il codice penale ne è un elemento tra i tanti. Ma anche su questo due riflessioni sulla vendetta di stato vanno fatte. In primis, bisognerebbe ragionare sul perché la giornata del 2 ottobre, tra i tanti episodi di diserzione e lotta di massa, viene ora colpita dai meccanismi repressivi. Una prima risposta potrebbe essere proprio la congiuntura di quella sera, la forza di quanto si era verificato (basti pensare che, dopo gli scontri attorno alla stazione, il corteo era proseguito selvaggiamente in città per molto tempo a seguire. Nessuno/a voleva mollare e, ad ogni tappa in cui sembrava doversi sciogliere, riprendeva vigore). Il secondo elemento riguarda la PM Bacer, titolare dell’inchiesta, che spicca mandati di perquisizione con una frequenza sospetta, che puzza moltissimo di complicità tout court (alla faccia della separazione dei poteri). Basti pensare che alcune delle perquisizioni domiciliari sono state motivate da un semplice 18 TULPS, per manifestazione non autorizzata, reato di piccolo cabotaggio.

Lo schema, dunque, è formato da un personaggio di provincia alla ricerca di gloria, una DIGOS che, perso il controllo delle piazze a cui tiene molto, ora cerca di arraffarsi alla ricerca dei colpevoli e, infine, da una quadro che pone lo stato italiano (e la sua economia) in diretta complicità con l’occupazione coloniale e il genocidio.

Ecco l’elemento politico di sfondo: un governo e uno stato complessivo che, nella vendetta e nella repressione, ridà vigore alla sua complicità con l’entità sionista e alla tendenza alla guerra, interna ed esterna.

Giornate come quella, oltre la cappa sbirresca, sono state una boccata d’ossigeno: che mille ne possano sorgere, insh’allah! 

Al fianco dei prigionieri nel mondo e in Palestina! Viva la resistenza!