Categories
Approfondimenti General Notizie e comunicati

Qualche riflessione a freddo sulla piazza del 31 Gennaio a Torino

Riceviamo e condividiamo alcune riflessioni sul corteo di Torino dello scorso 31 dicembre.

Partiamo da una premessa: per chi l’ha vissuta quella piazza è stata una boccata d’ossigeno (nonostante le ore passate a respirare gas CS che impregnava ogni viale, parco e stradina nell’arco di svariati chilometri quadrati). 

Perchè? Perché è stata un’inversione di tendenza rispetto ad anni in cui troppo spesso non si è riuscit@ a dare una risposta forte davanti allo sgombero dei pochi spazi sociali e di agibilità politica rimasti, anni in cui ha vinto la pacificazione sociale e di classe e in cui, di fronte alla violenza dello Stato sui confini, nelle piazze, sui luoghi di lavoro, nelle case di chi fa fatica a pagare l’affitto o fare la spesa, non c’è stata una risposta di massa.

Tutto questo non è cambiato magicamente, ma questo sabato a Torino abbiamo respirato un’aria un po’ diversa. 

Un’aria di rabbia e volontà di azione, che avevamo iniziato a percepire questo autunno nelle piazze contro il genocidio in Palestina, l’economia di guerra e non solo. Una rabbia che in autunno è straripata incontrollata, a volte quasi spontanea, senza troppe strategie o autotutele e che invece sabato a Torino abbiamo visto esondare, in forma organizzata, coesa, consapevole. E, quindi, bardata di nero.

Una prima linea che in Italia, crediamo, si era vista raramente negli ultimi anni.

Come ci sembra confermato dalle reazioni isteriche delle istituzioni, dal Sommo Integerrimo Presidente Mattarella fino al più inutile “analista” da salotto.

La retorica dei “pochi infiltrati” fa ridere i polli, una giustificazione che la sinistra bene (compresa quella mascherata da “movimento”) si dà per continuare a criticare le politiche del governo senza schierarsi dalla parte di chi lotta nelle strade, di chi subisce e ha subito le scelte di governi di tutti i colori e schieramenti. 

Quel corteo sabato si è tinto di nero e si è mosso con un obiettivo preciso: riprendersi le strade, gli spazi e l’agibilità, ribaltare i rapporti di forza, combattere la paura, cosa che ha fatto resistendo per ore alla violenza degli sbirri, che han ripreso il controllo su Corso Regina Margherita solo con la solita mossa infame di tagliare più volte i fronti avanzati della battaglia, caricando e gasando gli spezzoni disarmati e vulnerabili, con tutto l’annesso di lacrimogeni ad altezza uomo, teste spaccate e quant’altro.

Quegli spezzoni “pacifici” ma solidali che, mentre il fumo saliva e i botti esplodevano, non hanno mosso un passo per allontanarsi e sono rimasti lì a sostegno simbolico e fisico di chi ha deciso di esporsi ancora un po’ di più, perchè come Torino sa meglio di altri luoghi: si parte e si torna assieme!

E probabilmente è proprio questa continuità, non più e non solo simbolica, tra chi ha animato la lunga marcia che ha preceduto quelle ore e chi poi ha scelto di fare un passo in più nel conflitto che spaventa oggi donne e uomini dello Stato.

Spaventa che un corteo di 50.000 persone – dato di per sé già significativo, per un corteo proclamato contro lo sgombero di un centro sociale, ancorché storico – abbia letterlamente partorito un blocco nero di migliaia di persone pronte a battersi per strada, in prima linea, organizzate e tenaci, per ore e ore, fronteggiando lacrimogeni, idranti, cariche e rispondendo a lungo colpo su colpo con i corpi specializzati della repressione statale. Per forza che gli rode il culo.

Piantedosi parla di 1500 black bloc. Beh, qualcosa del genere di sicuro. Si tratta di un dato importante: una grande disponibilità numerica allo scontro fisico, a rischiare con il proprio corpo prima ancora che con la propria fedina penale. Prendetene atto, voi della polizia politica, che siete nostri assidui lettori nei vostri ufficetti riscaldati. In Italia sta crescendo la disponibilità al conflitto di pari passo con le politiche di irreggimentazione funzionali all’economia di guerra che vogliono imporre.

Sabato si è vista la disponibilità a starci: ad ogni carica degli sbirri e arretramento dell@ compagn@ seguiva subito una nuova ondata in avanti, fino alle cariche da dietro che han spezzato in più parti la manifestazione. Ma faremo fronte anche a questo giochetto, presto o tardi, statene certi.

Un punto va poi fatto sull’utilizzo dello spauracchio della repressione per abbassare – preventivamente – il conflitto. Più di qualche compagn@ o sedicente tale si è profuso in lamenti del tipo: “eh ma avete fatto quello che volevano loro per avere un pretesto per aumentare la repressione”.

No. Abbiamo fatto quello che volevamo noi. Cioè rendere tangibile la rabbia quotidiana che proviamo per questa società e il suo governo. Pensare di opporsi al presente senza disturbare il potere è mera utopia e non merita neppure troppe risposte.

La repressione spaventa tutt@, non è una colpa, ma l’alternativa sarebbe semplicemente smettere qualsiasi forma di conflitto col potere. Ognun@ faccia quello che gli sembra meglio, per noi lo scontro fisico con gli apparati dello Stato fa parte del calcolo dei rischi nel cercare di sabotare i suoi ingranaggi, farlo deragliare e costruire un mondo migliore, “più umano e più giusto, più libero e lieto”.

Grazie a chi ci è stato e a chi ha messo il proprio corpo a disposizione, lanciando pietre, allontanando lacrimogeni, distribuendo maalox o anche solo stando a protezione dietro. Solidarietà a tutte le persone ferite, fermate e arrestate.

E che sia stata una giornata di buon auspicio per tutt@ noi.

Alcun@ compax da Trst