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Qualche riflessione a freddo sulla piazza del 31 Gennaio a Torino

Riceviamo e condividiamo alcune riflessioni sul corteo di Torino dello scorso 31 dicembre.

Partiamo da una premessa: per chi l’ha vissuta quella piazza è stata una boccata d’ossigeno (nonostante le ore passate a respirare gas CS che impregnava ogni viale, parco e stradina nell’arco di svariati chilometri quadrati). 

Perchè? Perché è stata un’inversione di tendenza rispetto ad anni in cui troppo spesso non si è riuscit@ a dare una risposta forte davanti allo sgombero dei pochi spazi sociali e di agibilità politica rimasti, anni in cui ha vinto la pacificazione sociale e di classe e in cui, di fronte alla violenza dello Stato sui confini, nelle piazze, sui luoghi di lavoro, nelle case di chi fa fatica a pagare l’affitto o fare la spesa, non c’è stata una risposta di massa.

Tutto questo non è cambiato magicamente, ma questo sabato a Torino abbiamo respirato un’aria un po’ diversa. 

Un’aria di rabbia e volontà di azione, che avevamo iniziato a percepire questo autunno nelle piazze contro il genocidio in Palestina, l’economia di guerra e non solo. Una rabbia che in autunno è straripata incontrollata, a volte quasi spontanea, senza troppe strategie o autotutele e che invece sabato a Torino abbiamo visto esondare, in forma organizzata, coesa, consapevole. E, quindi, bardata di nero.

Una prima linea che in Italia, crediamo, si era vista raramente negli ultimi anni.

Come ci sembra confermato dalle reazioni isteriche delle istituzioni, dal Sommo Integerrimo Presidente Mattarella fino al più inutile “analista” da salotto.

La retorica dei “pochi infiltrati” fa ridere i polli, una giustificazione che la sinistra bene (compresa quella mascherata da “movimento”) si dà per continuare a criticare le politiche del governo senza schierarsi dalla parte di chi lotta nelle strade, di chi subisce e ha subito le scelte di governi di tutti i colori e schieramenti. 

Quel corteo sabato si è tinto di nero e si è mosso con un obiettivo preciso: riprendersi le strade, gli spazi e l’agibilità, ribaltare i rapporti di forza, combattere la paura, cosa che ha fatto resistendo per ore alla violenza degli sbirri, che han ripreso il controllo su Corso Regina Margherita solo con la solita mossa infame di tagliare più volte i fronti avanzati della battaglia, caricando e gasando gli spezzoni disarmati e vulnerabili, con tutto l’annesso di lacrimogeni ad altezza uomo, teste spaccate e quant’altro.

Quegli spezzoni “pacifici” ma solidali che, mentre il fumo saliva e i botti esplodevano, non hanno mosso un passo per allontanarsi e sono rimasti lì a sostegno simbolico e fisico di chi ha deciso di esporsi ancora un po’ di più, perchè come Torino sa meglio di altri luoghi: si parte e si torna assieme!

E probabilmente è proprio questa continuità, non più e non solo simbolica, tra chi ha animato la lunga marcia che ha preceduto quelle ore e chi poi ha scelto di fare un passo in più nel conflitto che spaventa oggi donne e uomini dello Stato.

Spaventa che un corteo di 50.000 persone – dato di per sé già significativo, per un corteo proclamato contro lo sgombero di un centro sociale, ancorché storico – abbia letterlamente partorito un blocco nero di migliaia di persone pronte a battersi per strada, in prima linea, organizzate e tenaci, per ore e ore, fronteggiando lacrimogeni, idranti, cariche e rispondendo a lungo colpo su colpo con i corpi specializzati della repressione statale. Per forza che gli rode il culo.

Piantedosi parla di 1500 black bloc. Beh, qualcosa del genere di sicuro. Si tratta di un dato importante: una grande disponibilità numerica allo scontro fisico, a rischiare con il proprio corpo prima ancora che con la propria fedina penale. Prendetene atto, voi della polizia politica, che siete nostri assidui lettori nei vostri ufficetti riscaldati. In Italia sta crescendo la disponibilità al conflitto di pari passo con le politiche di irreggimentazione funzionali all’economia di guerra che vogliono imporre.

Sabato si è vista la disponibilità a starci: ad ogni carica degli sbirri e arretramento dell@ compagn@ seguiva subito una nuova ondata in avanti, fino alle cariche da dietro che han spezzato in più parti la manifestazione. Ma faremo fronte anche a questo giochetto, presto o tardi, statene certi.

Un punto va poi fatto sull’utilizzo dello spauracchio della repressione per abbassare – preventivamente – il conflitto. Più di qualche compagn@ o sedicente tale si è profuso in lamenti del tipo: “eh ma avete fatto quello che volevano loro per avere un pretesto per aumentare la repressione”.

No. Abbiamo fatto quello che volevamo noi. Cioè rendere tangibile la rabbia quotidiana che proviamo per questa società e il suo governo. Pensare di opporsi al presente senza disturbare il potere è mera utopia e non merita neppure troppe risposte.

La repressione spaventa tutt@, non è una colpa, ma l’alternativa sarebbe semplicemente smettere qualsiasi forma di conflitto col potere. Ognun@ faccia quello che gli sembra meglio, per noi lo scontro fisico con gli apparati dello Stato fa parte del calcolo dei rischi nel cercare di sabotare i suoi ingranaggi, farlo deragliare e costruire un mondo migliore, “più umano e più giusto, più libero e lieto”.

Grazie a chi ci è stato e a chi ha messo il proprio corpo a disposizione, lanciando pietre, allontanando lacrimogeni, distribuendo maalox o anche solo stando a protezione dietro. Solidarietà a tutte le persone ferite, fermate e arrestate.

E che sia stata una giornata di buon auspicio per tutt@ noi.

Alcun@ compax da Trst

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Quando due vetri rotti valgono più di un genocidio

Nella giornata del 15 gennaio, a Trieste, è scattata una nuova operazione repressiva nei confronti di diverse persone, individuate come responsabili di alcuni fatti di piazza avvenuti durante le mobilitazioni in solidarietà alla popolazione palestinese. È in realtà, come dimostrano le inchieste in diverse altre città italiane, un attacco contro tutto il movimento che ha saputo rompere la normalità del genocidio tuttora in corso in Palestina, praticando lo slogan “blocchiamo tutto”. Un appello che aveva coinvolto centinaia di migliaia di persone in tutto il paese che, oltre l’indignazione, si erano messe in strada e sulle rotte dell’economia genocidaria e capitalistica: porti, tangenziali, autostrade e stazioni erano diventati il punto di impatto di una mobilitazione oceanica. Questa, bloccando gli snodi logistici e produttivi dell’economia della complicità con l’entità sionista, aveva praticato forme radicali di solidarietà con il popolo palestinese e la sua gloriosa resistenza contro il colonialismo israeliano.

Si è trattato, in ogni caso, di un momento di smarginatura della forza popolare, qualcosa di inaccettabile per un governo ossessionato dal controllo della popolazione.

A Trieste, quella fase di mobilitazione aveva visto due giornate storiche di sciopero generale reale, blocchi ai varchi portuali (connessi con le città sioniste di Haifa e Ashdod), presidi autoconvocati, cortei spontanei. Momenti di lotta tangibile, molto partecipati e determinati a non lasciar correre un genocidio senza risposta. 

Uno di questi momenti era stata la giornata del 2 ottobre, quando la Global Sumud Flotilla – una missione umanitaria – era stata attaccata dai militari israeliani. Quella sera un presidio si era immediatamente trasformato in un corteo che, man mano, si era ingrossato fino a contare qualche migliaio di persone. Qui, un primo punto di riflessione, che ricade poi anche nell’operazione repressiva triestina: il corteo, infatti, si era mosso verso una delle zone più razzializzate della città – la “zona rossa” di Barriera Vecchia – e lì aveva trovato nuova linfa, aveva rotto le gerarchie razziali, aveva trovato una comunanza di intenti tra proletari/e, cittadini/e, immigrati/e che si era poi riversata in strada. L’urgenza del momento, la gravità di quanto succedeva, aveva di fatto indicato un obiettivo minimo di blocco, la stazione dei treni che, in tante città, era diventata uno degli snodi da bloccare, di fronte non tanto all’inazione del governo italiano quanto alla radicale complicità del sistema occidentale e atlantista con il genocidio del popolo palestinese.

Il corteo, arrivato quindi in stazione dei treni, aveva trovato l’edificio blindato in ogni direzione, ma caparbiamente aveva trovato un varco. Qualche vetro, in quell’occasione, era saltato; le guardie del sistema della complicità avevano attaccato i manifestanti con manganellate e lacrimogeni. Là davanti eravamo in molti/e e avevamo resistito, forse nella convinzione che lo scontro con l’ordine costituito e le sue infrastrutture fosse quanto dovuto, ai martiri, ai partigiani, al popolo palestinese. “Per noi e per i/le palestinesi”, ci dicevamo in strada, e così era stato anche quella sera. Poco importa se due vetrinette vanno giù, praticare il blocco significa in alcuni casi, di fronte alla reazione poliziesca, anche sporcarsi le mani, spaccare due porte e scontrarsi con gli sbirri per rovesciare l’assedio. Poca cosa di fronte al genocidio, ma che almeno, riconnettendosi a centinaia di altre iniziative nel mondo, metteva in campo una resistenza minima.

Visto che i giornalai, al tempo come oggi, gridano allo scandalo della saldatura di piazza tra gioventù immigrata e antagonisti, la prospettiva andrebbe ribaltata: è proprio nella disponibilità allo scontro di piazza che quella sera si è fatto qualcosa di incisivo. È una ricchezza che è stata trovata in una prassi precisa, oltre lo schema tutto “occidentale” e coloniale che di fronte alla violenza sionista e coloniale pensa come un’anima bella solo alla protesta pacifica come un totem. Il ragionamento della piazza, di una sua componente perlomeno, era di tutt’altro avviso: valutare quello che si poteva mettere in campo, a prescindere dalle possibili conseguenze. Di fronte a queste indicazioni immediate, quasi istintive, qualcuno/a ha accettato il rischio.

I conti si fanno dunque complessivamente e il codice penale ne è un elemento tra i tanti. Ma anche su questo due riflessioni sulla vendetta di stato vanno fatte. In primis, bisognerebbe ragionare sul perché la giornata del 2 ottobre, tra i tanti episodi di diserzione e lotta di massa, viene ora colpita dai meccanismi repressivi. Una prima risposta potrebbe essere proprio la congiuntura di quella sera, la forza di quanto si era verificato (basti pensare che, dopo gli scontri attorno alla stazione, il corteo era proseguito selvaggiamente in città per molto tempo a seguire. Nessuno/a voleva mollare e, ad ogni tappa in cui sembrava doversi sciogliere, riprendeva vigore). Il secondo elemento riguarda la PM Bacer, titolare dell’inchiesta, che spicca mandati di perquisizione con una frequenza sospetta, che puzza moltissimo di complicità tout court (alla faccia della separazione dei poteri). Basti pensare che alcune delle perquisizioni domiciliari sono state motivate da un semplice 18 TULPS, per manifestazione non autorizzata, reato di piccolo cabotaggio.

Lo schema, dunque, è formato da un personaggio di provincia alla ricerca di gloria, una DIGOS che, perso il controllo delle piazze a cui tiene molto, ora cerca di arraffarsi alla ricerca dei colpevoli e, infine, da una quadro che pone lo stato italiano (e la sua economia) in diretta complicità con l’occupazione coloniale e il genocidio.

Ecco l’elemento politico di sfondo: un governo e uno stato complessivo che, nella vendetta e nella repressione, ridà vigore alla sua complicità con l’entità sionista e alla tendenza alla guerra, interna ed esterna.

Giornate come quella, oltre la cappa sbirresca, sono state una boccata d’ossigeno: che mille ne possano sorgere, insh’allah! 

Al fianco dei prigionieri nel mondo e in Palestina! Viva la resistenza!

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Colpo su colpo, la rivolta è possibile

Mentre si accelerano i tempi di approvazione del decreto “elmetto e manganello” 1660, a Trieste si inaugurano le zone rosse e dalla Palestina giungono notizie di nuovi attacchi sionisti (nonostante la tregua), dal lager CPR di Gradisca ci giungono in queste settimane le ripetute grida dei prigionieri in rivolta.

Non si tratta, per noi, di episodi isolati, compartimenti stagni buoni per qualche indignazione. Vediamo invece, dietro tutto questo, la ferrea logica del capitalismo coloniale che, sostenendo ed armando un genocidio trasmesso in diretta televisiva, affina allo stesso tempo gli strumenti della guerra interna. Dal carcere ai CPR e dalle zone rosse ai decreti “sicurezza”, la crescente repressione politica e sociale sembra ormai l’unico orizzonte del nostro sguardo, difficile da volgere altrove.

Repressione che è anche guerra alle persone migranti e “straniere”, che uccide sul Mediterraneo e sulle rotte balcaniche (come dimenticare i tre ragazzi agonizzanti nei boschi della Bulgaria, nuovo cane da guardia dei sacri confini europei?), che tortura nei campi di detenzione come a Gradisca, in nome della linea del colore decisa e continuamente negoziata dai potenti lungo gli ultimi secoli e della classe. In altre parole, se sei non-biancə e/o poverə, diventi facilmente carne da macello ai confini, nei Cpr, nelle carceri minorili o per strada, magari inseguito e speronato da una macchina dei carabinieri.

Repressione che è anche guerra verso i nemici interni, una guerra per il profitto di pochi che va avanti da secoli, imperniata sulla macchina estrattiva di risorse, territori, forza lavoro, aree turistiche. La nuova miniera va sfruttata al meglio e per farlo deve calpestare chi le città le abita, ripulire le aree poco decorose, quelle che in un modo o nell’altro fanno resistenza al “progresso”, sorvegliare le strade e le piazze che non si conformano o si piegano. Come non vedere, in queste zone rosse (diciamo, per semplificare, Piazza Libertà, le rive, Barriera), nate su spinta dell’indignazione bottegaia e del sensazionalismo dei giornali, la creazione di zone cuscinetto a protezione del centro, dei palazzi del potere come della zona turistica per eccellenza?

Di fronte a questi scenari di guerra esterna ed interna, accogliamo la rivolta di chi resiste. Che siano i combattenti della resistenza palestinese, i disertori anonimi delle trincee imperialiste, i fratelli chiusi nella gabbie di Gradisca.

Nel Cpr, colpo dopo colpo, pezzo dopo pezzo, le gabbie vengono smantellate dai prigionieri in rivolta: dopo giorni di proteste, un’intera sezione è ormai inagibile, posti sottratti alla tortura di stato dalla lotta, con cui fraternizziamo. Ne sappiamo il prezzo ed è per questo che ne diamo voce, in questi tempi dove pare sempre più difficile ribellarsi. La rivolta è possibile, ce lo insegna chi non ha più niente da perdere.

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Rivolta al Coroneo!

Da settimane, mesi, anni si parla delle condizioni sempre più invivibili del Carcere del Coroneo a Trieste. Pochi giorni fa scattava la “notizia” del sovraffollamento: 257 persone recluse per una capienza di 150.

È in corso dalle 19 di oggi una rivolta, ma le informazioni sono poche. La zona di fronte è blindata, continua il viavai di ambulanze e mezzi di sbirri e militari.

Dentro, da quello che sappiamo, la situazione è insopportabile: caldo infernale, cimici, mancanza di tutto.

A quanto pare gli antisommossa sono entrati e si sono scontrati con i reclusi.

Libertà per tutte e tutti!


Aggiornamenti [22:36]
Dopo momenti di tensione, stanno portando fuori delle persone in barella e altre nel furgone della celere. Da dentro si sentivano urla. Da fuori qualcun ha provato a far sentire un po’ di solidarietà.


Aggiornamenti [12 luglio]

Una rivolta, un morto: cos’altro c’e da aspettare?

Mentre emergono da fonti giornalistiche indiscrezioni sulle cause scatenanti della rivolta di ieri – probabilmente dei provvedimenti disciplinari immotivati e maltrattamenti operati anche dallo stesso direttore del carcere nei confronti di un detenuto molto giovane -, ci giunge un’altra, devastante notizia: un detenuto sarebbe stato trovato deceduto nella giornata di oggi.

Non ne sappiamo i motivi, ma ne conosciamo i responsabili, come delle intollerabili condizioni di detenzione del carcere del Coroneo.

Restiamo vigili e reagiamo solidali al fianco dei prigionieri di quella galera infame. Se le loro richieste non possono essere soddisfatte immediatamente – e pare non ci sia né la possibilità e ancora meno la volontà – una sola è la soluzione: la liberazione di tutte le persone incarcerate là dentro.

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Rivolta in corso nel CPR di Gradisca!

In questi minuti una colonna di fumo si alza dall’area blu del lager nostrano: è la zona dove vengono recluse le persone in attesa di deportazione, da sempre la più calda.

Sappiamo che le rivolte e le evasioni si susseguono senza sosta. Oggi, una volta di più, mandiamo la nostra solidarietà ai prigionieri della “guerra ai migranti”, a chi resiste nell’inferno dei CPR.

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w il turismo!

Dipiazza e giunta gioiscono delle migliaia di turisti che, in città per uno o due giorni, saturano le vie del centro, riempiono i baretti della Trieste che si vende al capitalismo del turismo di massa e diventano, nell’immaginario dei venditori di fumo, la salvezza dell’economia cittadina, il benessere per tutti e tutte, soldi alla città!

Ma come sempre quando si parla di facili entrate lo sono solo per qualcuno: padroni, corporations e banche. A* cittadin* rimangono i problemi: le vie affollate, i prezzi che salgono, le zone della città diventate inaccessibili e sempre di più la carenza di case.

È chiaro, rende di più affittare per pochi giorni a prezzi folli piuttosto che per lunghi periodi, e quindi via – come in tante altre città prima di noi – gli e le abitanti dal centro, semicentro, “zone di pregio”. Che sia dato tutto in pasto ai capitali, che sia tutto messo a massima rendita, e chissenefrega di chi qui vive, che si arrangi, che vada fuori dal centro, che si rassegni ad indebitarsi!

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La guerra è ovunque, anche all’Università di Trieste, fermiamola!

A sei mesi di distanza, la storia si ripete a Gaza. Dopo aver chiesto l’impossibile evacuazione di centinaia di migliaia di palestinesi affollati al confine con l’Egitto, l’esercito israeliano ha iniziato ieri l’offensiva a Rafah, ultima città della Striscia ancora “libera” dal controllo sionista. Durante la notte i carri armati hanno attaccato e bombardato centinaia di case. Secondo fonti palestinesi, i primi bombardamenti hanno provocato la morte di 20 persone, di cui 8 minorenni.

In questo contesto veniamo a sapere che nell’ambito di un’imponente esercitazione militare nel Mar Mediterraneo saranno coinvolte anche diverse università italiane.

Tra queste, l’Università di Trieste.

Come sempre più spesso accade, l’esercitazione non riguarderà solo il dispiegamento militare, ma anche operazioni di protezione civile a supporto di popolazioni calamitate: l’intreccio tra ambito civile e militare è sempre più stretto in un nodo mortale ed è, probabilmente, il motivo per cui verranno mobilitate – senza soluzioni di continuità – mezzi, personale e infrastrutture della marina militare, dell’esercito, dei carabinieri, della protezione civile, della croce rossa, degli enti di ricerca e delle università.

Una mobilitazione totale e permanente, in cui è un’intera società a rivolgersi, produrre e armarsi per la guerra, sia sui fronti esterni sia su quello interno (come accaduto già con la gestione militare della pandemia, o nei pattugliamenti dei confini in Carso).

Mentre il genocidio a Gazacontinua, lo fa anche la mobilitazione a sostegno del popolo palestinese, ovunque nel mondo, con un significativo protagonismo delle comunità universitarie, che rivendicano la fine delle collaborazioni con le università israeliane, con l’industria bellica (in Italia particolarmente con l’azienda Leonardo) e con l’Eni, firmataria di un accordo per l’esplorazione di giacimenti di gas di fronte alla costa di Gaza.

I e le student* hanno capito l’importanza delle strette interconnessioni tra accademia ed economia della guerra, e perciò hanno puntato il dito sulla complicità con il regime coloniale e genocida di Israele. In questo contesto, nelle prossime settimane, i Giovani Palestinesi hanno lanciato un’”Intifada delle Università”.

Aggiungiamo questo ulteriore tassello a questa tendenza strutturale alla guerra, perché possa essere smascherata, denunciata, bloccata. La guerra parte da casa nostra, fermiamola!

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25 aprile: cosa dire (e fare) di fronte all’orrore che ci sta attorno

Alla fine il corteo del 25 Aprile siamo riusciti a farlo. Avevamo chiarito dall’inizio le nostre intenzioni e così è andata: evidentemente qualche ragionamento qualcuno se lo sarà fatto nei locali della questura. Di fronte alle centinaia di persone convenute, e a un certo livello di determinazione e coscienza, qualcosa hanno dovuto concederlo. Possiamo vederla anche al contrario: è sempre possibile strappare qualche metro di strada, o qualche ora di tempo, con la giusta dose di volontà collettiva. Non tutto può essere controllato con lo scudo e il manganello, o qualche pezzo di carta timbrato.
Alla fine anche di questo si tratta nella nostra pratica militante. Rompere i tempi e gli spazi della quotidianità dietro cui si nasconde l’orrore dell’epoca in cui viviamo. Il 25 Aprile, per noi, non poteva che essere questo: mettere un po’ di sabbia nell’ingranaggio della commemorazione che, svuotando il ricordo (e forse dovremmo dire la trasmissione delle pratiche e dei valori) della Resistenza, vorrebbe normalizzare anche il presente. Lo ricordiamo quindi ai cravattari e agli ipocriti, ai poliziotti di ogni epoca e ai commentatori, anche perché gli altri – eredi postfascisti del regime, che siedono tra i banchi del governo – lo sanno già molto bene e ancora commemorano i loro morti (o non se ne accorgono i sarti e le carogne ogni 10 febbraio?): la Resistenza è stata insurrezione popolare, riscatto contro il nazi-fascismo, guerra di liberazione, fatta di boschi, strade e violenza contro gli oppressori; bestemmie, lacrime e sangue.
Qui dalle nostre parti, in particolare. È l’eroica resistenza del TIGR (oggi li metterebbero al 41 bis), degli scioperi operai (Salvini gli farebbe la precettazione) e della lotta (armata) comune, oltre le lingue e le linee di confine, anche contro i collaborazionisti e i profittatori dell’ultima ora, quando ad esempio – a regime caduto – si trattava di recuperare la struttura dello stato fascista in chiave anticomunista.
A chi pensa che – passate diverse decadi – si possa trattare la Resistenza come un fatto risorgimentale e pulito, gestito da buone borghesie e in perfetto ordine democratico, rispondiamo con i fatti, e anche con qualche bombone. Rispondiamo che di quegli anni preferiamo ricordare, e imparare, altro: lo slancio verso la liberazione, le comunità che si sollevano contro gli oppressori, lo spirito fraterno che si instaura tra i e le ribelli.
Belle lezioni, che ci insegnano anche – se solo si superassero le parole con le maiuscole: la Democrazia, i Valori, la Libertà, ad uso e consumo della mistificazione della storia e della realtà – l’importanza di attaccare le strutture del dominio (nazifascista, sia mai che qualcuno pensi ad un’istigazione, quando è solo apologia). Tradotto: le infrastrutture e la logistica dell’economia di guerra (i treni, ad esempio, non ancora ad alta velocità), come anche le sedi dei giornali collaborazionisti, i palazzi del governo, le strutture della repressione, le caserme e ogni altro dispositivo legato all’oppressione.
Cosa credete che attaccassero i partigiani? Sta fregna? 
Come credete che rispondessero quelli attaccati? Urlando alla diserzione, al terrorismo, ai modi scomposti; con le rappresaglie, la militarizzazione, i tribunali speciali e una buona dose di propaganda.
Ecco, ognuna a casa, o in strada, con le proprie letture. Ognuna a casa con le proprie scelte: una perquisa per entrare in Risiera o un corteo determinato, ad esempio. Perché anche su questo qualcosa, prima o poi, andrà detto: com’è che la Risiera, il 25 Aprile, da fatto sociale di memoria e comunità, si è tradotta in una caserma al servizio dei parrucconi? Li si potrà almeno mandare affanculo, o valgono solo le carte bollate in questo tempo che miscela, come solo la banalità del male è in grado di concepire, il pensiero perbenista e le stragi?
Un miscuglio pericoloso, quello tra benpensanti e apologeti di decoro e sicurezza, che apre la porta a nuovi fascismi lasciandogli spazio. Servivano le prove? Nella notte il monumento ai caduti della resistenza al cimitero di Sant’Anna viene imbrattato: “25 Aprile lutto nazionale” si legge scritto sopra la stella rossa e l’elenco dei caduti. Quella mano dice molto di più di quanto ci fanno credere: per chi – ed è una società intera ad andare in quella direzione – sta dalla parte della stretta autoritaria e guerrafondaia del nostro tempo, come può la Resistenza non essere lutto nazionale?
Ad ognuno i suoi lutti, a noi le nostre lotte!
Ma parliamo pure del linguaggio scurrile degli antifa, della macchina della municipale fermata in parcheggio, depistiamo e sviamo il discorso, così che quella scritta scompaia dalla memoria collettiva, non faccia incazzare né sollevi domande o azioni di protesta. 
Perché, alla fine, il cuore della questione è uno. Cosa dire, e quando possibile fare, di fronte all’orrore che ci sta attorno? Al genocidio automatizzato di Gaza, all’imprigionamento sociale, alla normalizzazione delle stragi in mare e lungo la rotta balcanica. Ai cpr, alle carceri. Alla mobilitazione permanente verso la guerra, che ci passa accanto, nelle ferrovie, nei porti, nelle industrie. Alla devastazione dei territori. Al capitalismo che ci spreme attraverso il lavoro salariato e il consumo obbligato, e che schiaccia i più poveri per impedire che alzino la testa.
Lo chiediamo anche ai sarti della bella civiltà, che – sordi ai discorsi e ai temi portati da chi vuole mettere in discussione il funzionamento del sistema – preferiscono scandalizzarsi per una bestemmia o per un petardo. Uno slogan dà semplicemente conto della gravità dei tempi. Qualcuno la sente, altri ci guadagnano: ecco tutta la differenza, ecco il vostro scandalo.
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25 Aprile: la Questura provoca ancora

A distanza di un anno, la storia si ripete, questa volta come farsa: dopo aver cercato di mettere al bando l’antifascismo nel suo giorno d’elezione e aver clamorosamente fallito, quest’anno la Questura giuliana ci delizia con il vecchio trucco della finta disponibilità. Nonostante l’avviso giunto con largo anticipo e le interlocuzioni verbali avvenute nella massima disponibilità, al momento di arrivare al dunque anche quest’anno scattano le prescrizioni per lx antifascistx.

Un breve riassunto dei fatti: il 16 marzo con una mail comunicavamo alla Questura la nostra volontà di organizzare un corteo antifascista con partenza da Campo San Giacomo alle 9 e arrivo in Largo Martiri della Risiera dopo essere transitati per via dell’Istria […] via di Servola e Ratto della Pileria. Circa un mese dopo, la Questura ci rispondeva, esprimendo perplessità sia riguardo all’orario di partenza che al percorso prima per via telefonica e poi convocando un incontro con la dirigente della locale Digos. Durante la chiacchierata, di fronte alle richieste della Questura, ribadivamo come per noi l’orario di partenza fosse fondamentale, mentre riguardo il percorso ci dicevamo più flessibili: per quanto ci piacerebbe poter scendere Ratto della Pileria, si poteva valutare un giro più lungo, attorno allo stadio, venendo così incontro alla loro esigenza di ridurre il numero di persone intorno alla Risiera, che quest’anno vede per la prima volta l’applicazione di nuove regole di sicurezza e quindi un tetto massimo agli ingressi e potenzialmente una presenza più massiccia di persone all’esterno (secondo la Questura). L’incontro si scioglie con promesse e rassicurazioni, ormai possiamo dire “le solite”.

Nelle prescrizioni arrivate ufficialmente il 15 aprile si “prende atto” delle esigenze espresse dagli organizzatori, ma nei fatti, poi, non si recepisce né viene incontro su nulla. Prescrivendo di “effettuare il preannunciato corteo il 25 aprile prossimo, con concentramento in Campo San Giacomo e partenza non prima delle ore 12:00 seguendo via dell’Istria […], via di Servola, via Carpineto, via Valmaura, via Flavia, via Milani ed arrivo in Largo Martiri della Risiera […] terminando entro e non oltre le ore 15” per il secondo anno consecutivo la Questura cerca di mettere il bavaglio a un corteo antifascista proprio il 25 aprile. Vengono prescritti orari e percorso modificati, a quel punto potevano anche non convocarci la volta prima.

Vogliamo che il corteo sia in contemporanea alle celebrazioni ufficiali perché vuole rappresentarne un’alternativa e una critica. Che il 25 aprile sia ormai una vuota e sterile pantomima, buona per mettersi la coscienza a posto a destra come a sinistra, non serve neanche perder troppe parole a ricordarlo.

Sono proprio le istituzioni locali a portare avanti per prime, nel quotidiano, atteggiamenti fascisti: nell’arroganza del Comune verso i comitati e collettivi cittadini che esprimono critiche e contrarietà sui progetti di gestione dei beni pubblici ed attraverso la marginalizzazione di migranti e persone in difficoltà; nella continua spirale repressiva della Questura, che da anni ormai va contraendo sempre più il diritto a manifestare, e nella persecuzione delle soggettività “scomode”, prostrandosi così ai desiderata di Comune e Regione nel creare una città-vetrina sempre più grande e sempre più a uso e consumo di turismo, speculazione, consumismo.

Come si possa pensare, infatti, che prescrivere un corteo il 25 aprile tra le 12 e le 15 per nessun’altra ragione che non salvaguardare il viavai di auto blu – perché questa è l’unica valida ragione che si scorge, tra le righe del solito “safety and security” e il provvidenziale paravento delle nuove norme antincendio che impongono una capienza massima dentro la Risiera risulta del tutto incomprensibile a chi il 25 aprile l’abbia celebrato anche solo una volta nella vita.

In aggiunta viene anche prescritto un percorso più lungo, che faccia arrivare il corteo in Risiera girando intorno allo stadio e non scendendo direttamente da Servola come era invece stato comunicato. Non avremmo avuto problemi ad integrare il cambio di percorso proprio per venire incontro alle esigenze di Questura e Prefettura di non affollare l’area antistante alla Risiera dal lato di Via Valmaura: l’applicazione di entrambe le misure è irricevibile, in quanto vuole relegare il corteo ad un orario in cui perde di significato ed incisività, mira a renderlo invisibile a chi partecipa alle celebrazioni ufficiali, silenziando e nascondendo agli occhi di cittadinanza e stampa lì presenti gli interventi e le critiche che il corteo porrà.

Evidentemente la Questura quest’anno cerca di non replicare la becera figura dell’anno scorso quando una gestione della piazza criminale aveva visto camionette e schieramenti antisommossa tentare di bloccare non solo il corteo ma anche l’accesso alla Risiera stessa mettendo piuttosto la maschera democratica di chi a parole tutela il diritto a manifestare, a patto che lo faccia obbedendo a tempi e percorsi scelti da loro.

Questo tentativo di imbrigliare le espressioni di dissenso in gabbie di orari e strade, pensate per nascondere e sminuire i contenuti e le richieste che i movimenti portano, non è nuovo e non si limita al 25 aprile per quanto misure restrittive alla libertà di manifestare risultino in questa giornata ancora più surreali del solito ma sono approccio ormai diventato prassi.

Da anni è quasi impossibile organizzare presidi e cortei in centro con motivazioni sempre più fantasiose, inclusa quella di non arrecare disturbo allo shopping.

Al contempo, la macchina della repressione si muove con forza sempre più spropositata: dagli schieramenti di agenti antisommossa in ogni occasione alle denunce che piovono con imputazioni esagerate e circostanziali, con ben pochi risultatati tangibili una volta arrivati in tribunale.

Un occhio meno attento, più malizioso o forse più propenso a vedere trame inesistenti parlerebbe persino di provocazione poliziesca, perché è del tutto naturale che come collettivo non abbiamo nessuna intenzione di accettare queste prescrizioni.

Ribadiamo quindi la nostra ferma intenzione di svolgere un corteo antifascista nella giornata più simbolica dell’anno.

L’appuntamento resta dunque per il 25 aprile alle ore 9 in Campo San Giacomo, più determinatx che mai, per dimostrare il nostro rifiuto e rimandando al mittente ogni ricatto poliziesco.

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Aggiornamenti dal CPR di Gradisca

Sappiamo quali siano le condizioni del CPR di Gradisca, di ogni lager di quel tipo. La tortura e la segregazione sono il loro ordine di funzionamento. Lo vediamo quando cerchiamo di portare qualche pacco ai reclusi all’interno: forze di polizia di ogni tipo, in costante tenuta antisommossa, a governare la macchina dell’internamento e della deportazione con il manganello.

Sappiamo anche quanto i reclusi all’interno siano combattivi e resistenti: le rivolte sono continue, i tentativi di evasione si susseguono. Viva la libertà!

Scriviamo tutto questo perché sappiamo che in questi minuti due persone, in un tentativo di evasione, sono salite sul tetto, braccate dalle guardie sotto. Minacciano di gettarsi nel vuoto, a questo sono costretti. Ci sono proteste in corso.

Mandiamo il nostro caloroso abbraccio a tutti i reclusi, a tutti i resistenti. E che tutti sappiano, così almeno da evitare i loro maledetti insabbiamenti, il silenzio in cui vogliono confinare le vite tra quelle mura!